“Abbiamo bisogno di uno spazio senza il bombardamento permanente delle immagini, di crearci spazi di silenzio e anche senza immagini, per riaprire il nostro cuore all’immagine vera e alla parola vera”. (Papa Ratzinger)
Come petali di rose in un deserto di sale scendano su questi luoghi: amore, compassione, dolcezza, pensiero comprensivo.
Che i cieli si aprano e gli angeli misericordiosi lascino scendere attraverso il tempo e lo spazio del miele e dell’ambrosia per lenire le ferite. Ritornino nei regni oscuri, inghiottiti nel nulla, la follia e l’orrore che questi hanno generato. Che la luce avvolga nel suo raggio ogni vita stroncata e compensi il sangue e le lacrime versate. Angeli consolatori portino conforto e coraggio a chi lotta nella difficoltà. Che gli esseri umani infine comprendano, e che la Terra non dimentichi.
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In alcuni appunti del Cardinale Martini si legge:
“ La lectio divina è un esercizio ordinato dell’ascolto personale della Parola di Dio.”
Possiamo partire da questa definizione del Card. Martini per descrivere con semplicità cos’è la lectio divina e come ci può aiutare ad entrare in un rapporto sempre più profondo con il Signore proprio attraverso l’ascolto della Sua Parola.
Analizziamo allora le sue parole:
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What else is there for us but to be tranquil and at peace in the all-enchanting wonder of God’s mercy to us? It falls upon this paper quieter than the morning sun, and then, I know that all things, without His love, are useless, and in His love, having nothing, I can possess all things. (Thomas Merton. A Search for Solitude. Journals, Volume 3. Lawrence S. Cunningham, ed. San Francisco: HarperSanFrancisco)
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1. E’ bene per noi che incontriamo talvolta difficoltà e contrarietà; queste, infatti, richiamano l’uomo a se stesso, nel profondo, fino a che comprenda che quaggiù egli è in esilio e che la sua speranza non va riposta in alcuna cosa di questo mondo. E’ bene che talvolta soffriamo contraddizione e che la gente ci giudichi male e ingiustamente, anche se le nostre azioni e le nostre intenzioni sono buone. Tutto ciò suol favorire l’umiltà, e ci preserva dalla vanagloria. Invero, proprio quando la gente attorno a noi ci offende e ci scredita, noi aneliamo con maggior forza al testimone interiore, Iddio.
1. Dovremmo piantare noi stessi così saldamente in Dio, da non avere necessità alcuna di andar cercando tanti conforti umani. Quando un uomo di buona volontà soffre tribolazioni e tentazioni, o è afflitto da pensieri malvagi, allora egli sente di aver maggior bisogno di Dio, e di non poter fare nulla di bene senza di lui. E si rattrista e piange e prega, per il male che soffre; gli viene a noia che la vita continui; e spera che sopraggiunga la morte (2 Cor 1,8), così da poter scomparire e dimorare in Cristo (Fil 1,23). Allora egli capisce che nel mondo non può esserci completa serenità e piena pace. (Fonte)
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“Sì, mio Dio, sembra che tu non possa fare molto per modificare le circostanze attuali, ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi…
Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia pocera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti federe e non ti caccerò via dal mio territorio.” (Etty Hillesum, Edizioni del Monastero di Bose)
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Se mangio in abbondanza, perché il mio corpo sia forte, crescono le pretese della carne, e la preghiera non ha più spazio. Se invece osservo per un certo periodo un digiuno eccessivo, in questa astinenza dolorosa si viene a creare un terreno favorevole alla preghiera, ma in seguito il corpo si sfinisce e rifiuta di tenere dietro allo spirito. Se ho contatti con persone buone, può capitare che la mia anima sia soddisfatta, e talvolta possa anche provare nuove esperienze psichiche e intellettuali, ma molto raramente un impulso alla preghiera profonda. Se sono dotato intellettualmente per svolgere un serio lavoro scientifico o per la creazione artistica, il mio successo sarà causa di vanità, e così sarà impossibile trovare la profondità del cuore, il luogo della preghiera spirituale. Se sono ricco e sono impegnato a sfruttare il potere che si accompagna alla ricchezza, ad approfittare della possibilità di realizzare alcune delle mie idee o a soddisfare i miei desideri estetici o passionali, la mia anima non si innalza a Dio… Se mi ritiro nel deserto, dopo aver rigettato tutti i mei beni, anche in questo caso la resistenza opposta da tutte le energie cosmiche paralizza la mia preghiera. E così è senza fine. (…) Che la mente sia ferma in Dio, e verrà il momento in cui lo spirito immortale toccherà il cuore. (La preghiera: un’opera infinita, Archimandrita Sofronio, Qiqajon Edizioni)
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“Fra le emozioni negative figura la rabbia di cui si possono distinguere due tipi, uno dei quali potrebbe essere trasformato in emozione positiva. Per esempio, se una persona ha un effettivo motivo di preoccupazione verso un’altra e quest’ultima non bada ai consigli e avvertimenti ricevuti, a quel punto l’unica soluzione possibile per fermare le malefatte di quell’individuo è intervenire di prepotenza.Sulla base di una motivazione compassionevole, in alcuni casi la collera può essere utile perché ci permette di sviluppare maggiore energia e di agire con prontezza. Abitualmente l’ira conduce però all’odio, sentimento sempre e comunque negativo. (…) E’ necessario agire con saggezza e buon senso, senza ira né odio. Se la situazione è tale da richiedere un’azione da parte di chi è stato offeso, allora è possibile ricorrere a una contromisura, lasciando però sempre da parte ogni sentimento di rabbia e di odio. (…) In una società competitiva come quella moderna, a volte, è necessario ricorrere a manovre di ‘controffensiva.” (Da “I valori della vita”, i discorsi del Dalai Lama, Armenia).
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“Mi piacerebbe che ogni cosa mi divenisse estranea, per vedere di nuovo, per udire di nuovo, per percepire di nuovo…” (Georg Christoph Lichtenberg)
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Nella Bhagavad-Gita, la “Canzone di Dio”, che è stata definita “il vangelo dell’India”, viene narrata la storia di una guerra fratricida. Arjuna, l’eroe, lo straordinario combattente, l’arciere infallibile, si ritrova a dover fronteggiare un esercito. E’ sul punto di dare battaglia quando scopre che l’esercito nemico è composto dai suoi parenti, dai suoi amici, dai suoi maestri. Viene istantaneamente preso dallo sconforto, dalla disperazione più nera ed è intenzionato a rinunciare al combattimento. Nell’imminenza di quella guerra fratricida, l’angoscia induce l’eroe Arjuna a chiedere lumi al Dio Krishna. La decisione di Arjuna è drammatica: se combatte potrà vincere ma dovrà uccidere delle persone care e vivrà per sempre con un rimorso lacerante; se non combatte verrà ucciso egli stesso e non compirà il suo dovere, non realizzerà l’azione giusta.
Krishna, questo dio fattosi cocchiere per condurre l’uomo nelle battaglie della vita, gli mostra la grazia e la coerenza nel rispettare l’azione di verità. Shri Krishna, gli ricorda il suo dovere, la realtà imparziale della vita e della morte, la generosità di agire senza reclamare l’interesse dell’azione… Continua a leggere
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